IL FUTURISMO E’ ANACRONISTICAMENTE AUT DOPO IL 1922 Considerazioni sul centenario marinettiano accaparrato e mutilato
Massimo Duranti
Milano anticipa le grandi mostre europee per il Centenario della nascita del Futurismo, che cadrà nel 2009, con Balla e la modernità futurista a Palazzo Reale (della quale scrive su queste pagine Andrea Baffoni), ospitando dunque l’alter ego di Boccioni, l’altro grande futurista da sempre identificato col futurismo milanese. In verità, ci sono stati altri prodromi alle manifestazioni commemorative come Piety and pragmatisme: Spiritualism in Futurist Art conclusasi alla fine del 2007 alla Estorick Collection of Italian Modern Art di Londra e la stessa Futurismo, prodromo del centenario, a Spazioeventi Orler di Marcon Venezia della primavera dello stesso 2007, entrambe da me curate.
Da qui alla ricorrenza si annuncia una confusa e scollegata pletora di iniziative, per la verità solo espositive (ci si aspettavano convegni e pubblicazioni) e tutte contraddistinte da un incomprensibile monopolio curatoriale. Per ottobre del 2008, a Parigi, il Centre Pompidou presenterà Futurismo 1912, la mostra ufficiale di celebrazione, coproduzione franco-italiana, che infatti a febbraio 2009 è previsto sia allestita a Roma, Scuderie del Quirinale, e poi in autunno a Londra, alla Tate Modern. A gennaio del 2009 al Mart di Rovereto e poi a giugno al Museo Correr di Venezia, nell’ambito della Biennale di Venezia, sono annunciate esposizioni dai contenuti non ancora noti, ma si tratterebbe di Balla-Depero. A Milano si dovrebbe allestire Marinetti e dintorni e/o le origini del Futurismo e/o, come ha detto Sgarbi in conversari privati, il Futurismo dall’A alla Z.
Queste e possibili altre mostre, a quanto trapela, sarebbero tutte caratterizzate da una visione del Futurismo anacronistica, quella degli anni Cinquanta dei critici e degli storici dell’arte più preoccupati delle collusioni col fascismo, che non di quanto i marinettiani avevano espresso con continuità innovativa fino all’inizio degli anni Quaranta. Lettura minoritaria che fu spazzata via dalla giovane critica di allora (Calvesi a Crispolti), oltretutto di sinistra, ma anche da Ballo, che documentò in progress, grazie soprattutto a Crispolti, gli sviluppi del Futurismo dalla Ricostruzione Futurista dell’Universo all’Aeropittura, passando attraverso l’attenzione per un ventaglio di interessi molto ampio (dalla letteratura alla poesia, alla musica, al cinema, alla moda, all’arredo, al design). Tutte cose che erano state sepolte nel limbo per l’adesione futurista al fascismo spesso convinta, in altri casi di facciata e di comodo, per primo di Marinetti che si permise spesso di dileggiare, quando non dissentire apertamente dal fascismo e dai fascisti avendone non di rado ragione, come quando sventò l’operazione nazista “arte degenerata” che qualche gerarca voleva importare anche in Italia. In buona sostanza, come è stato scritto anche di recente, lo sdoganamento del Futurismo è cosa ormai vecchia, eppure sembra che le mostre del centenario riapriranno un capitolo chiuso, fermandosi nell’analisi proprio all’inizio degli anni Venti. Che ancora il movimento marinettiano faccia paura a qualcuno è veramente curioso. E’ possibile che sia bastata una strumentalizzante interrogazione parlamentare di un deputato di AN sul centenario a scatenare un neo re-revisionismo? Oppure prevale un’ottica un po’ snobistica ed elitaria, tesa ad esaltare solo il bruciante esordio futurista degli anni Dieci del Novecento per “andare sul sicuro” artisticamente, oltre che politicamente. Tale scelta scaturisce dalla constatazione che i critici e gli storici dell’arte che riscoprirono il Futurismo a tutto tondo, cronologicamente e tematicamente, quelli sopra citati, più altri (penso a Di Genova, Godoli, Pinottini, Ruta, Salaris, Toni e pochi altri ancora, fra cui, all’ultimo posto mi ci metto anch’io), che negli ultimi venti anni hanno approfondito le ricerche sulle singole figure, sui temi e sulle situazioni territoriali, non risultano essere coinvolti in nessuna delle iniziative espositive annunciate. C’è invece un personaggio, del quale non è necessario fare il nome perché è ben noto, al quale sembrerebbe essere stato dato l’appalto della curatela di qualsiasi cosa si farà sul Futurismo in Italia, Europa, compresa quella dell’est, al massimo coadiuvata da “tecnici” allineati con i quali costituire a tavolino comitati scientifici. Uniche eccezioni Balla a Milano e il Mito della velocità al Palazzo delle Esposizioni di Roma (in realtà la pittura futurista è solo una sezione di una più grande mostra sul tema e il suo curatore non figura fra quelli dell’evento), della quale scrive in queste pagine Francesca Duranti, mostre co-curate da Giovanni Lista, l’unico studioso (italo-francese) che è riuscito a sfuggire al curatore pigliatutto. Il peccato originale di queste celebrazioni è la mancanza di un coordinamento che non poteva che essere del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il quale doveva affiancare ai rappresentanti delle istituzioni nazionali, estere e locali coinvolte, anche gli studiosi: una sorta di stati generali degli studiosi del Futurismo a livello internazionale. Più volte è stato annunciata (anche alla fine di dicembre) una non meglio precisata “commissione” per le celebrazioni, ma nessuno ne conosce l’esistenza, dunque tutto è lasciato ai promotori (soprattutto case editrici in accordo col curatore pigliatutto) delle singole iniziative. E’ bene subito chiarire che non è certo soltanto di un problema di persone, bensì di contenuti e di metodo.
Coloro che anacronisticamente ritengono di presentare un Futurismo, il “primo futurismo”, quello che che si conclude con la Prima Guerra Mondiale, dopo la defezione di Carrà e Severini e la morte di Boccioni, per l’esaurirsi della spinta propulsiva originaria, dimenticano che il motore era Filippo Tommaso Marinetti, più che mai vitale, che continuò la sua battaglia per il rinnovamento dell’arte. Nuove leve gli si erano intanto affiancate: Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Gerardo Dottori, poi Fillia, Pannaggi, Benedetta, Marasco, e i più giovani Peruzzi, Delle Site, Andreoni, Mori, Regina, Bruschetti, Tulli. Protagonisti delle battaglie per la citata Ricostruzione Futurista dell’Universo nutrite di manifesti, mostre, tanto teatro e nuova scenotecnica, serate e il coinvolgimento di centinaia di artisti non solo in tutta Italia, ma in Europa e oltreoceano.
Tornando alla mostra “principale” di Parigi, quella che poi dovrebbe toccare Roma e Londra, sarebbe fondata sulla famosa mostra del 1912 a Parigi, alla Galleria Barheim Jeune, alla quale parteciparono Boccioni, Severini, Carrà e Russolo (Balla non fece in tempo ad inviare le sue opere). Secondo indiscrezioni, il Futurismo farebbe la parte della sottile fetta di prosciutto di un sandwich imprigionato da due grandi fette di Cubismo: quello prima della nascita del Futurismo e quello che seguì la prima ondata marinettiana. Si riproporrebbe dunque la dialettica fra i due movimenti, ma prevedibilmente da un’ottica tutta francese. Il co-curatore italiano sembrerebbe al momento scalpitare soprattutto per figurare al primo posto, ma il francese non molla, giocando in casa. Nella trasferta romana della mostra, a seguito di diffuse rimostranze per la troppo parziale lettura del Futurismo della mostra parigina, ci sarebbe un’addenda, magari in altra sede, ma non si sa con quali contenuti. C’è da augurarsi che queste notizie frammentarie siano incomplete, anzi proprio non veritiere, perché altrimenti non si farebbe certo un buon servizio alla cultura italiana e al Futurismo, che è stato il più grande movimento artistico autenticamente italiano del Novecento ad avere una concreta diffusione in Europa ed oltre, proprio per la sua ricchezza ed estensione temporale.

